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E’ facile ricordare Enrico Egano. Molti tra amici (e sono tanti) o conoscenti avrebbero qualcosa da dire, da raccontare. E le persone, esprimendosi, lo farebbero pensando chi alla persona, chi al collega, chi al violoncellista e musicista ma tutti con uguale entusiasmo e lucidità.

Enrico Egano

Ogni qualvolta si possa parlare di lui si è spontaneamente portati a ricordare un aneddoto, un racconto anche breve ma sempre colorato e carico di momenti di interesse e di divertimento. Non era una persona che passasse inosservata, Enrico. La battuta sempre pronta (un intercalare consueto!), il modo di trattare la gente con semplicità e confidenza, lo sdrammatizzare e l’alleggerire tutto anche in situazioni ufficiali, senza il timore di creare talvolta imbarazzo, poteva sembrare irriverente e facile; ma alla fine questo comportarsi restava impresso nelle persone e veniva ben accolto, demolendo poi ogni atteggiamento di presunzione e distacco, facendoti apparire uguale agli altri, senza fronzoli o gerarchie.

Anche la sua classe di violoncello al Conservatorio di Castelfranco non era esente da questo contagio: tutti uguali, alcuni proprio amici, ognuno giustamente occupato nel proprio lavoro ma inevitabilmente rapito dal magnetico coinvolgimento del maestro. E che Maestro! Una lezione di Enrico si ricordava, anche a distanza, nei particolari. Quante cose diceva e come te le ‘parava davanti’. Gli allievi si sentivano spinti, trascinati nel modo di essere del maestro che impartiva loro lezioni esemplari spiegando che il violoncello lo capisci se ci ragioni, se lo vivi con passione e anche (perché no?!) se ti butti. Il messaggio è passato perfettamente: i suoi allievi sono ora inseriti in ambiti professionali di alto livello e gran valore.

Quando sentivi suonare Enrico era la stessa cosa di sentirlo ‘parlare’ del violoncello: quello che usciva era, appunto, la passione, quella che trasmetteva con successo agli allievi, quella che ti faceva cogliere esattamente chi avevi davanti e cosa stesse facendo per te e per sè in quel momento. L’entusiasmo per la musica e per il violoncello lo ha portato a diventare fin giovanissimo un concertista di notevole livello; dopo gli indimenticabili anni sotto la guida illuminata del ‘nostro’ grande Maestro Adriano Vendramelli al Conservatorio “B. Marcello” di Venezia e la frequentazione ai corsi del M° Antonio Janigro, ecco i recitals con la moglie Dianella, meravigliosa pianista, i concerti di musica da camera assieme ad affermati musicisti e solista con i più significativi concerti del repertorio violoncellistico. Nel frattempo il concorso di ‘Primo violoncello solista’ al “Gran Teatro La Fenice” di Venezia. Vinto.

Nel 1985 fa un ‘giro’ di telefonate tra violoncellisti conosciuti e fidàti: fa nascere l’”Orchestra di Violoncelli Villa-lobos” che suona per la sua prima volta proprio al Teatro Accademico di Castelfranco. I ‘vecchi’ partecipanti ricordano ancora benissimo, le prove (“che difficoltà, le due Bachianas!”), il concerto. “L’entusiasmo di fare questa cosa ci immerse in una dimensione che non conoscevamo; avevamo ascoltato la versione discografica degli splendidi 12 violoncelli dell’”Orchestra Filarmonica di Berlino” ma, per nulla intimoriti (ma senza presunzione) anzi, con un’energia rara, ci buttammo a studiare quei brani che tanto già amavamo. E avanti con i “Villa-lobos” (l’abbreviazione ‘confidenziale’ è un classico): concerti in Puglia, in Sicilia, ancora un po’ in giro per l’Italia e, nel 1987 nientemeno che in Brasile in rappresentanza dell’Italia per il centenario della nascita di Heitor Villa-lobos. Enrico organizza tutto, i viaggi (i due voli intercontinentali e ben sette voli interni per raggiungere altrettante città sedi dei nostri concerti) e quello che ci vuole per una tournée di questo tipo. Due giorni prima di passare l’oceano destinazione Rio de Janeiro ci annuncia che ha deciso di non venire con noi; la malattia che lo ha colpito qualche anno prima gli fa richiedere la presenza di un aiuto assiduo e, per non essere ‘di peso’, decide così. ‘Di peso’? Enrico?!? Naturalmente rispettiamo la scelta ma si parte con un gran vuoto.

Non suonava più con noi, da tempo, il suo amato violoncello ma lo spirito di aggregazione che è stato capace di infondere è ormai radicato nel complesso. L’effetto è una mancanza totale di rivalità, di invidia verso i più bravi; anzi scaturiva una simpatia reciproca e una complicità che all’interno del gruppo avvicinava le persone ancor prima degli strumentisti.”

Troppo bello. Il solista è ancora seduto lì, al centro; già che ci siamo apriamo lo spartito di Adios Noniño di Àstor Piazzolla. Ancora sudamerica ma molto diverso da Jobim. Suoniamo un po’, non viene bene, non si sa cosa fare precisamente. Qualche indicazione utile, adesso sembra che possiamo farcela. Poi qualcuno ricorda che è stato composto da Piazzolla in occasione della morte di suo padre. Chi se l’aspettava?! Ancora con questo pensiero dentro attacchiamo con vigore e dolcezza insperate. Di nuovo il ‘Solo’ a cantare e recitare queste melodie apertissime e struggenti. Poi nel finale una calma dolorosa ma sempre dolce.

Manca mezz’ora alla fine della prova. Troppo poco per iniziare la Bachianas Brasileiras n. 1 di di Heitor Villa-lobos. Comunque, si va, anche solo un poco ma dobbiamo provarla. Occhio (anzi orecchio!) ai violoncelli primi: il tema degli altri, solare ed energico, con quel ‘rubato’ di terzine lunghe scritto dall’autore e le legature a cavallo di battuta, è difficile da incastrare nel ritmo ossessivo e travolgente, sembra ‘sbagliato’, eppure... Arriviamo al numero ‘9’, un ‘muro’: ognuno per conto proprio, tutti fanno un ritmo diverso. Lentamente, per capire anche se nella lentezza si sentono solo accenti sparsi e colpi un po’ ovunque, insignificanti. Poi a tempo ed è proprio bello, adesso si capisce la forma! Andiamo avanti e il secondo movimento ci prende tutti, dilata il tempo. Le armonie sono bellissime, un po’ sdolcinate ma corrono via liquide. Il ‘Solo’ del primo violoncello nel finale è la giusta chiusura di un crescendo di intensità emotiva attraverso vari episodi di diversa natura. Uno chiede di provare la Fugue finale perché vuole sapere come fa: infatti, in questa musica puoi studiare la parte a casa quanto vuoi ma non potrai mai intuire il risultato delle parti sovrapposte. L’autore crea il quadro con un equilibrio straordinario delle parti che si passano la parola continuamente: l’ascoltatore palleggia lo sguardo di qua e di là, a seconda dei vari, continui interventi strumentali.

La prova è terminata. Il treno è perso, prenderò il successivo. Ma dovevo proprio suonarla ‘sta Bachiana! Chi si ricorda più se non ci vedevamo bene, all’inizio della prova; ho sempre avuto la testa di quello davanti che mi ostruiva la visibilità verso il primo violoncello eppure non ne ho mai sentito il fastidio. Che stanchezza! Domani un’altra prova. Suonare con gli altri è bellissimo. In treno ‘sogno’ e penso al momento del concerto quando faremo sentire tutta questa musica.
Quando saranno di scena questi sedici violoncelli.

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